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Jan 08, 2007
La critica del Quotidiano “Il Mattino” – Stefano Vallanzuolo
Scorrere il curriculum dei Wiener Symphoniker è come tuffarsi nella grande storia della musica dell’ultimo secolo. Apparentemente cresciuto all’ombra dei ricchi cugini Philharmoniker, l’ensemble viennese ha in realtà consolidato un’immagine tutta propria forte e gloriosa, cui hanno contribuito stabilmente negli anni direttori come Karajan, Sawallisch, Giulini, Prêtre… Da due anni i Symphoniker sono guidati da Fabio Luisi, genovese classe 1959, una presenza al San Carlo molti anni fa con «I Puritani»: in Austria e in Germania Luisi, ormai, è una stella internazionale di prima grandezza, come testimonia l’incarico di direttore stabile affidatogli, a partire dal 2007, dalla Staatskapelle e dalla Staatsoper di Dresda. Tutto questo preambolo per dare un’idea del valore forte di un evento come quello proposto dalla Camera di Commercio di Napoli al San Carlo l’altra sera: un concerto di beneficenza, il cui incasso servirà a costruire una palestra a Scampia, talmente interessante negli esiti da meritare comunque una cronaca musicale dettagliata. L’orchestra, innanzitutto. Affidabile in ogni sezione, compatta e capace di accedere a sonorità molto ben definite, senza rinunciare a momenti di bel suono, specie negli strumentini e, ad esempio, nei bassi. E poi il direttore: intelligente, elegante, mai superficiale e in grado di conferire un assetto stabile e non di rado brillante al complesso. Il dato diventa ancor più degno di nota se riferito a un programma che, sulla carta, esporrebbe l’esecuzione ai rischi della routine: prima la «Patetica» di Ciajkovskij, poi la consueta carrellata di successi straussiani, dall’ouverture del «Pipistrello» al valzer più popolare che esista, «Sul bel Danubio blu». Un’accoppiata bizzarra, insomma, quasi un ibrido tra i due concerti di capodanno televisivi: quello di Venezia (dedicato a Ciajkovskij nella prima parte, oscurata dalla tv) e quello di Vienna. A sottrarre, allora, il concerto sancarliano al pericolo del deja vu interviene la lettura lucida e sostenuta di Luisi, che nella «Patetica», ad esempio, ricava un suono terso e dinamiche assai pertinenti, cercando dettagli di pregio e non trascurando, per questo, la cura della forma sinfonica complessiva, elemento essenziale della pagina. Il resto è Strauss, come si è detto, e non il generico zum-pa-pa quanto, piuttosto, un racconto insinuante, già credibilmente fin de siecle in certi momenti (pensiamo proprio al «Pipistrello») e in altri trionfalmente gioioso («Annen Polka«), senza per questo peccare di gusto. Resta, insomma, l’immagine complessiva di un connubio felice tra podio ed orchestra, con un direttore rigoroso sul piano tecnico e acuto, certo diverso da quello visto all’opera, una vita fa, proprio qui al San Carlo. Grande e caloroso il successo, con l’immancabile «Radetzky Marsch» ritmata dal pubblico.
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