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Jan 02, 2007
Fabio Luisi e’ stato insignito dell’onoreficenza “Cavaliere Ufficiale” della Repubblica Italiana.
Ecco il testo completo della Laudatio, tenuta dal Dr. Rino Carrieri, Direttore della Fondazione “Paolo Grassi” di Martina Franca, in occasione della cerimonia che ha avuto luogo nei locali dell’Ambasciata d’Italia a Vienna, Il conferimento e’ stato effettuato dall’Ambasciatore Berlenghi.
Laudatio del Maestro Fabio Luisi
Per la consegna dell’Ufficialato OMRI
Vienna, Ambasciata d’Italia, 2 dicembre 2006
Siamo qui per attribuire un alto riconoscimento ufficiale da parte della Repubblica Italiana a un musicista che si è distinto in modo particolare fra i direttori d’orchestra del panorama internazionale da ormai quasi vent’anni e per ragioni che rendono estremamente pertinente il conferimento di una siffatta onorificenza in un luogo così emblematico quale l’Ambasciata italiana nella città che per ogni cultore della musica rappresenta la capitale della musica in assoluto.
Il conferimento di un titolo ufficiale ad un artista è in primo luogo un atto di profonda responsabilità culturale. Ancora maggiore se viene da un Paese quale l’Italia che vive la sua tradizione culturale con un misto di entusiasmo e abbattimento che, seppure sfiori spesso la schizofrenia, non può dirsi del tutto ingiustificato.
Non è peraltro un caso che Fabio Luisi appartenga all’elite dei direttori d’orchestra italiani che hanno saputo, voluto ma anche dovuto percorrere una luminosa carriera soprattutto oltre e fuori dai confini italiani. Con il riconoscimento che oggi gli viene attribuito non c’è alcuna interferenza di quella visibilità mediatica o di quelle commistioni ideologiche o di vicinanza che troppo spesso influenzano la vita culturale del nostro Paese. C’è soltanto, in bella evidenza, il grazie per una testimonianza viva e sempre più luminosa di quello che un tempo, con un’enfasi certo fuori luogo, ma che in qualche modo sarebbe opportuno ritrovare nelle forme più sincere veniva chiamato “il genio italico” capace di affermarsi ovunque nel mondo.
Il riconoscimento che oggi viene attribuito in questa sede individua in primo luogo una persona, un artista, che, per l’insieme della sua carriera e della sua attività incessante, per la ricchezza e la coerenza delle sue capacità, poste al servizio della musica e dell’arte, mostra di esserci maestro in qualcosa di molto importante. Riconosciamo un maestro vero in una persona senza la quale la nostra esperienza culturale, spirituale e pertanto morale, la nostra conoscenza del mondo e degli uomini sarebbe più povera di quanto non sia.
Non solo. In ognuna delle numerosissime occasioni in cui si dipana il lungo elenco dei successi e delle prestigiose occasioni di regalare qualcosa di importante al suo pubblico che costituiscono la densissima biografia artistica di Fabio Luisi avvertiamo con nettezza che nel sapere musicale e nel saper fare musica nel senso più alto dell’espressione esistono ancora, per fortuna, maestri riconoscibili. Ad essi va la stima e l’affetto che sono loro dovuti, nei modi e nelle forme tradizionalmente individuate dalle nostre comunità statuali. Chi vi parla ha avuto il privilegio di poter riconoscere a Fabio Luisi, al mio amico Fabio, quella stima e quell’affetto già da molti anni. Da quando, entrambi molto giovani, ci trovammo a condividere per la prima volta, quasi nostro malgrado l’avventura di un piccolo festival, nella lontana Martina Franca, che cercava una via nuova per portare un contributo alla vita musicale italiana, seguendo le indicazioni di due uomini eccezionali, che personalmente, ma sono certo anche per Fabio, appartengono alla non nutrita schiera dei maestri veri, soprattutto nel panorama della cultura teatrale e musicale italiana. Quegli uomini erano Paolo Grassi, proprio lui, il fondatore con Strehler del Piccolo Teatro di Milano e Rodolfo Celletti, il più temuto ma rigoroso studioso della vocalità dell’opera italiana e del profondo radicamento nella nostra cultura più autentica di quella ricerca dell’espressione scenica ottenuta soprattutto attraverso il “bel canto”, un termine di cui si è poi fin troppo abusato.
Grassi era appena scomparso in una clinica londinese quando iniziò l’avventura della nostra amicizia, ma aveva lasciato un segno e un messaggio così profondi, nella tenacia del suo agire per un teatro d’arte per tutti, che, anche solo a discuterne le idee, ci sentivamo quasi investiti di una missione. Una missione che voleva dire anche non sentire mai la fatica di giornate nell’estate della Puglia interamente passate dal nostro (mio e vostro) maestro Luisi, da una sala di prove all’altra, con l’attenzione sempre vigile a mettere a disposizione della voce umana e delle esigenze del canto tutta la sapienza di un virtuosismo impareggiabile al pianoforte prima e poi di una bacchetta straordinariamente chiara e puntuale. Ma si trattava di un impegno che aveva anche i suoi lati divertenti e che forse almeno quanto il duro lavoro ha contribuito nel tempo a formare il musicista a tutto tondo, l’artista sincero che oggi festeggiamo.
Come divertente è ricordare quando entrambi ci ritrovammo fuori ruolo, ridendo come matti, in una produzione in cui, dopo aver fatto tutto il resto, lui il maestro sostituto in sala prove, io l’organizzatore dietro una scrivania, scoprimmo in direzione artistica che due parti dell’opera erano rimaste scoperte: il maestro al temporale e un tenore che cantava appena poche battute. Approfittando del ruolo pseudo manageriale assegnai a me il primo e a Luisi il secondo. Gli effetti furono davvero indimenticabili per entrambi: nel mio caso il produttore dei fulmini, un fabbro che con la sua attrezzatura professionale doveva far scattare delle scintille ad ogni segnale convenuto, preso dall’entusiasmo scatenò un’autentica tempesta quasi dando fuoco a un prezioso fondale. Nel caso del pianista alle prese con il canto gli effetti si videro dopo, quando, recensendo il disco nato da quella produzione, fu lo stesso Celletti, smessi i panni del direttore artistico e reindossati quelli del feroce e dissacratorio critico a scrivere: “Il paesano è Fabio Luisi. Non è un cantante e si sente”. Una stroncatura senza appello alla carriera di un non aspirante tenore.
Ho raccontato questo aneddoto per introdurre un aspetto della personalità del nostro Maestro che più di tutti, a mio avviso, dà il segno della sua vera natura d’artista: la generosità umana e professionale. Il darsi senza timori alla musica, ai musicisti con cui collabora, al pubblico, consapevole che esiste un solo modo per affermare le proprie idee artistiche e, soprattutto, per comunicarle ad altri: condividerle, nel senso più vero che ha la parola comunicare, se solo si pensa al suo etimo: “communicatio”, mettere in comune, far partecipe.
Proprio Celletti, che non di un altro tenore aveva bisogno, ma di un nuovo direttore d’orchestra colto e sensibile quanto rigoroso e tecnicamente impeccabile e che per certe cose aveva un intuito raffinatissimo mi chiese una volta – credo fosse l’inverno del 1983 – cosa ne pensassi dell’idea di “promuovere” Fabio sul podio. Ne fui entusiasta, non solo per la fiducia che veniva accordato a quello che era già il mio migliore amico, ma anche perché convinto che una idea del genere era nella natura delle cose.
E non poteva essere che così, un’idea rivelatasi profondamente giusta, così come nella natura delle cose appaiono oggi tutte le tappe della carriera del Maestro Luisi. Non poteva che cogliere i successi che ha colto, non poteva che darci le emozioni che ci ha dato, non poteva che essere riconosciuto come una guida sicura da musicisti giovanissimi o da esperti e celebrati professionisti e da complessi il cui solo nome, venticinque anni fa, ci dava emozione mista a reverenza.
Non serve elencare tutto questo. Dico solo che quando, per la prima volta, vidi il mio amico Fabio dirigere qui alla Staatsoper, accanto alla giusta emozione e alla gioia, vidi anche l’amico con cui avevamo tanto discusso di musica e con cui avevamo anche “giocato” con la musica che si trovava in un posto che gli competeva e gli apparteneva con assoluta naturalezza. Il riconoscimento che questa sera gli viene attribuito dalla Repubblica testimonia che il nostro Paese, la sua comunità culturale, artistica e politica avvertono senza dubbio alcuno, l’importanza e l’attualità dei motivi e delle qualità che hanno animato ed animano l’attività della persona prescelta.
Il conferimento a Fabio Luisi di questo prestigioso titolo, mi pare esprima in modo adeguato una persuasione diffusa nella comunità culturale ed artistica internazionale, che l’Italia nel suo complesso ha condiviso e fatta sua.
La battaglia culturale nel senso alto del termine, per una sempre più ampia ed articolata affermazione dei valori più profondi della musica, a tutti i livelli e che vive anche all’interno ma anche nella relazione fra le identità nazionali europee (non a caso il repertorio del Maestro Luisi spazia ad ampio raggio, pur conservando saldi ancoraggi con la tradizione musicale insieme italiana e austro-tedesca) è allo stesso tempo una battaglia intellettuale ed etica che l’artista svolge quotidianamente e di cui, vi posso assicurare, il nostro Maestro è profondamente consapevole.
Essa ha bisogno di una costante e approfondita riflessione storica e culturale per dotarsi degli strumenti adatti a comprendere, a sollecitare e a condividere con gli altri i valori e i significati dell’arte.
Occorre allora il richiamo ad aspirazioni e convinzioni intellettuali e morali nate e maturate nell’esercizio costante del lavoro artistico prima che intellettuale e nell’esperienza di una vita intesa e praticata come un servizio reso alla musica e, con essa, ai musicisti e al pubblico, ossia ad altri uomini.
Una prassi che ha segnato ogni momento del percorso artistico del nostro Maestro Luisi. Quasi a riaffermare quell’idea che fu proprio di Paolo Grassi, quando amava ricordare come l’attore, o in genere chi sale su un palcoscenico, sia prima di tutto e al di là di tutto un uomo, o una donna, che, attraverso una parola, un suono, da accettare o da respingere, comunica qualcosa ad altri suoi simili, dunque la condivide con loro, aiutandoli a trovare risposte alle domande più intime e profonde. Un umanesimo di cui il Maestro Luisi è un protagonista sincero e, da stasera, con tanto di meritatissimo diploma ufficiale.
Gennaro Carrieri
Direttore della Fondazione Paolo Grassi
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